Georges Simenon
IL CAPANNO DI FLIPKE
Traduzione di Ena Marchi
Adelphiana
www.adelphiana.it
13 febbraio 2003
«Eccoci qua!» fece Broodelers il Grasso (esisteva in-
fatti un altro Broodelers, detto il Magro, suo cugi-
no), spingendo in avanti il tavolo per dare agio allo
stomaco e gettando le carte che, ancora una volta,
avevano costretto il suo cervello a lavorare per tutta
la serata.
La signora Peeters, che stava ricamando delle ini-
ziali sull’angolo di una federa, $nse di non sapere
già come avrebbe proseguito e si sforzò di non ag-
grottare la fronte. Era talmente tanto tempo che
quel giochetto si ripeteva ogni sera intorno alle
undici fra lei e Broodelers che nessuno ci faceva
più caso.
«Quasi quasi...» esordiva il commerciante di lino-
leum e carta da parati spiando la signora Peeters
con la coda dell’occhio. «Quasi quasi...».
Ma, per quanti sforzi facesse, lei non riusciva a e-
vitare di alzare lo sguardo verso la pendola West-
minster dal quadrante argentato, poi di $ssarlo su
Broodelers.
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«Ma sì, via, me la concederò!... Signora Peeters, mi
darebbe un’altra birretta|».
Lei allora posava il lavoro sul tavolo, ci in$lava den-
tro l’ago in un punto qualsiasi e si avviava con aria
stizzita verso il bancone di mogano scuro sul quale
brillava la moderna pompa della birra in metallo
chiaro.
Le birrette di Broodelers erano in realtà, al pari di
quelle di tutti i clienti abituali, dei magni$ci bic-
chieri di cristallo dalla capienza di mezzo litro, o-
gnuno dei quali portava inciso, dentro una corni-
ce di arabeschi, il nome del cliente medesimo.
«Non smette di piovere!».
«E perché dovrebbe smettere, visto che siamo in
autunno|».
Da giorni e giorni – chi li contava più, ormai| – pio-
veva su Furnes e sui suoi frontoni dentellati, sui
tetti di ardesia, sul campanile della chiesa e sulle
selci che lastricavano le strade, e che alla luce dei
lampioni a gas mandavano strani bagliori. Ed era
assai raro, alle undici di sera, udire ancora risuona-
re dei passi. Tranne il caffè dei Peeters, da cui $l-
trava un po’ di luce per quanto smorzata dalle ten-
de ermeticamente chiuse, i soli luoghi illuminati
erano le camere dei malati o delle puerpere, non-
ché, alto nel cielo e di un rosso arancio come la lu-
na quando sorge, il disco dell’orologio del muni-
cipio.
Poiché Broodelers aveva ordinato da bere, anche gli
altri, intorpiditi dal caldo e dalla prolungata immo-
bilità, tuttora immersi nel fumo dei sigari, si accorda-
rono l’indolente piacere di prolungare la serata.
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«Per me uno schiedam» chiese con prontezza Van
Ethering, che aveva un negozio di scarpe.
«Un curaçao...».
«Anche per me una birra...».
Di tanto in tanto la grossa stufa di ceramica emet-
teva un brontolio che sembrava scuoterla tutta. Sul
bancone, accanto al giornale e agli occhiali di Pee-
ters, se ne stava raggomitolato un gatto bianco.
«Non hai sonno, Mina|» chiese Peeters. «Io, a leg-
gere così per tutta la sera, non riuscirei più a distin-
guere le parole...».
Ogni sera, immancabilmente, Arthur Peeters gio-
cava a carte seduto allo stesso tavolo insieme agli
stessi clienti: De Greef, Van Ethering, Broodelers
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e Scram. E ogni sera ciascuno di loro beveva imman-
cabilmente la stessa cosa, mentre la signora Peeters
cuciva o ricamava e Mina, in un angolo, leggeva sen-
za mai alzare la testa, e se qualcuno le rivolgeva la
parola lei lo guardava con un’espressione smarri-
ta, come chi torni da molto lontano. A volte, nel tor-
pore generale, trascorrevano interi minuti nei quali
non si sentiva altro che i colpi di becco del pappa-
gallo contro le sbarre della sua gabbia.
E anche quella sera, rialzandosi appena la gonna
per salire la scala a chiocciola, la signora Peeters
avrebbe detto:
«Secondo me, quando si sono fatte le undici e la
partita è $nita, uno potrebbe pure...».
A suo marito, invece, non dispiaceva quel piccolo
supplemento concesso alla serata, quei minuti du-
rante i quali non si giocava più, non si faceva più
niente, e ci si limitava a guardare nel vuoto, nell’at-
tesa di trovare il coraggio di salutarsi, chiudere la
porta, abbassare la saracinesca, spegnere le luci...
Degli altri quattro nessuno doveva andare lontano:
Scram abitava nella casa accanto, quella con una sca-
linata di sei gradini e la ringhiera di ferro; De Greef,
il farmacista, abitava proprio di fronte, e gli basta-
va attraversare la grande piazza lucida di pioggia;
Broodelers e Van Ethering si avviavano insieme, e si
udivano le loro voci nel silenzio della notte $nché
non avevano girato l’angolo della seconda strada.
Arthur Peeters si era alzato perché anche lui aveva
voglia di un bicchierino e preferiva non chiederlo
alla moglie. Le sue scarpe di vernice scricchiolaro-
no e Arthur, levando lo sguardo e vedendosi nello
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specchio, fu soddisfatto del proprio aspetto cura-
to: aveva i capelli grigi morbidi e luminosi, i baf$
argentei, una giacca di lana di ottima qualità.
«Un tempo ideale per i contrabbandieri» osservò.
Si riferiva a quelli che quasi ogni notte, a pochi
chilometri da lì, passavano il con$ne in $la india-
na, ciascuno con una balla di tabacco sulle spalle.
«Ideale soprattutto per chi li paga!...» ribatté Hans
De Greef, che dei cinque era l’unico magro, e per
di più possedeva un lungo naso, un mento spor-
gente e due occhietti che luccicavano maligni die-
tro le lenti degli occhiali.
A Peeters non piaceva De Greef. E a De Greef non
piaceva nessuno. Il farmacista si rivolgeva a tutti in
tono acido, e tutti si chiedevano per quale ragione
tornasse ogni sera visto che era capace di dire solo
cose sgradevoli. De Greef sapeva benissimo che Pee-
ters non faceva contrabbando e che se, pochi anni
prima, aveva potuto rimettere a nuovo il locale era
stato solo perché gli avevano rimborsato anticipa-
tamente uno dei suoi titoli obbligazionari. Lo sape-
va, certo, ma buttava lì ugualmente un’insinuazio-
ne, e gli ridevano gli occhi, dietro le lenti, come se
ruminasse pensieri che gli altri non erano in grado
di capire.
«Mina, hai letto abbastanza...» sospirò la signora
Peeters, rimanendo in piedi per lasciare intendere
che era l’ora di andarsene.
Di colpo, però, tutti tesero le orecchie: fuori, sul
marciapiede, si udivano i passi di due persone, e
una voce che diceva in $ammingo:
«È qui...».
La porta si spalancò e una folata di aria gelida ir-
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ruppe con violenza nel piacevole calduccio del lo-
cale.
Quello che entrò era un personaggio come non se
n’erano mai visti a Furnes, e in ogni caso certamen-
te non dopo le undici di sera nel caffè dei Peeters:
una ragazza sui quindici, forse sedici anni – dif$ci-
le attribuirle un’età precisa, comunque, dato che
non assomigliava in nulla alle altre ragazze –, con
un lungo corpo magro, i capelli neri arruffati, pun-
teggiati di gocce di pioggia e sormontati da una to-
que di pelliccia, gli occhi neri, brillanti e il naso a
punta...
Era impossibile registrare al primo sguardo tutti i
particolari di quell’apparizione. Alle sue spalle Pi-
tje, il facchino della stazione, sbronzo come suo so-
lito, trascinò dentro due grosse valigie facendole ur-
tare contro gli stipiti e si fermò a riprendere $ato
senza nemmeno pensare a richiudere la porta. Ci
pensò De Greef, che era freddoloso, passando die-
tro di lui; per terra, sul linoleum striato di verde, si
erano formate chiazze di acqua.
Prima che Pitje aprisse bocca la ragazza, dopo aver
guardato uno per uno gli uomini presenti, ebbe un
attimo di incertezza davanti a Broodelers, poi si di-
resse verso Arthur Peeters e fece per abbracciarlo.
«Buonasera, zio Arthur...».
E lo abbracciò davvero, scoccandogli due baci sul-
le guance che gli inumidirono la punta dei baf$.
Nel frattempo si guardava intorno e sorrideva, seb-
bene con un’aria vagamente spaurita. Forse le sa-
rebbe piaciuto potersi avvicinare a Mina.
Teneva in mano un fazzoletto umido tutto appal-
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lottolato. Con uno sforzo evidente, come cercan-
do di ricordarsi una lezione imparata a memoria,
scandì:
«Sono Nouchi Peeters, la $glia di suo fratello Wil-
hem...».
E continuava a sorridere, quasi intendesse rabbo-
nirli. Aveva un accento straniero che nessuno – nep-
pure De Greef che pretendeva di sapere sempre tut-
to – riconosceva.
Peeters, con una faccia inebetita, non riuscì a fare
altro che ripetere:
«La $glia di Wilhem|...».
Istintivamente guardò prima il pappagallo, poi una
fotogra$a che troneggiava sul muro dietro il ban-
cone e in cui si vedevano suo fratello Wilhem, ve-
stito di bianco e con un casco in testa, un gruppo di
negri e, sullo sfondo, una piroga.
Wilhem aveva una $glia| Mai saputo! Peeters la
guardava, stupefatto dalla camicetta di seta lucen-
te a grandi pois rossi, dalla gonna troppo stretta in
vita e sui $anchi, insomma da tutto e da niente di
preciso – i seni appuntiti che sembravano bucare la
seta e che non erano seni da $amminga, le lunghe
gambe sottili –, tutto, tutto era stupefacente, com-
prese le valigie, che esibivano un’intera collezione
di etichette e di nomi stranieri.
«Wilhem è a Furnes|».
Lei aggrottò la fronte, ma non rispose.
«Non sarà mica... Cioè... non gli è mica successo
qualcosa|».
Allora la ragazza si tolse la toque e agitò la piccola
testa di capelli scarruffati.
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«Non capire...» disse ridendo.
Come Peeters prevedeva, gli occhi di De Greef a-
vevano assunto la loro espressione più feroce e sar-
castica.
«Non capisce il $ammingo|».
Lei scosse di nuovo la testa.
«Neanche il francese|».
Stesso gesto. E forse, piuttosto che di ridere, aveva
voglia di piangere.
«Dove l’hai trovata|» chiese Peeters a Pitje. «Alla
stazione|».
«Sì... È stata l’unica a scendere dalla carrozza di pri-
ma classe... L’ho visto subito che è una abituata a
viaggiare... Cercava un facchino... “Caffè Peeters”
ha detto. Poi, quando siamo usciti, ha mormorato:
“Taxi”... Io le ho fatto capire che a quell’ora non
ce ne sono più di taxi alla stazione, e così...».
Quasi senza pensarci, perché era il minimo che po-
tesse fare, la signora Peeters gli servì un bicchieri-
no di acquavite. Intanto la straniera si avvicinò a
Mina, che aveva chiuso il libro, e le domandò gen-
tilmente:
«Peeters|».
«Sì, Mina Peeters... Cugina...» rispose Mina espri-
mendosi anche lei in quel linguaggio elementare.
Fu subito imitata dal padre, che si lanciò a sua vol-
ta nelle presentazioni:
«Io zio Arthur... Questa, zia... Mina... Altra cugina,
sposata... Sposata Bruxelles... Due nipotini...».
Ma per quanto lui si sforzasse di esprimersi a gesti,
e lei di corrugare quella strana fronte bombata, era
chiaro che non capiva niente.
«Gli altri, amici... Clienti... Clienti amici...».
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Ciò che davvero infastidiva Peeters era la presenza
di De Greef, e avrebbe pagato caro pur di vederlo
andar via. Ma naturalmente De Greef non aveva nes-
suna voglia di andarsene. Per di più mancava di tat-
to: tant’è che, come se la cosa lo riguardasse, do-
mandò:
«Viene da lontano|... Europa centrale|...».
«Budapest...».
«Viene da Budapest!» ripeté l’altro. «È in Unghe-
ria...».
«Mina! Va’ a prendere l’atlante...».
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«Avrà fame...» azzardò premurosamente la signora
Peeters.
Le stavano tutti attorno a guardarla, quasi si trat-
tasse di un fenomeno da baraccone, e nessuno sa-
peva che dire, che fare.
«Mangiare|... Fame|... No|... Sete|...».
La signora Peeters indicò il bancone, i bicchieri.
Nouchi annuì.
«Dalle qualcosa che la tiri su...».
La ragazza trangugiò senza battere ciglio un bic-
chiere intero di acquavite e quando ebbe bevuto
manifestò in modo eloquente la propria soddisfa-
zione.
De Greef aveva sempre sulle labbra quel suo odioso
sorriso! Mina tornò con l’atlante e si misero a cer-
care l’Ungheria. Peeters si era messo anche gli oc-
chiali. Avrebbe voluto chiedere alla nipote se quel
lungo viaggio lo aveva fatto tutto in una volta, ma
era una domanda troppo complicata da formulare
a gesti o con parole elementari.
«Io me ne andrei...» borbottò Pitje, a cui nessuno
offriva più niente.
Si dimenticarono di pagargli il trasporto dei baga-
gli e lui, data la solennità del momento, non osò
protestare.
«E noi|» fece Broodelers, esitante.
«Voi potete restare ancora un po’» disse Peeters,
pentendosene un attimo dopo.
Ma era fatto così: offriva una cosa e subito se ne pen-
tiva.
«Quello che mi sembra strano è che mio fratello
non le abbia af$dato una lettera...».
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Quasi avesse indovinato, Nouchi andò verso una
delle valigie e nonostante il peso riuscì a sollevarla
e a metterla, bagnata com’era, sopra un tavolo. Poi,
con una chiave che prese dalla borsetta, la aprì e
cominciò a frugare febbrilmente fra la sua roba,
scostando biancheria e vestiti. Sembrava che non
vedesse l’ora di dissipare ogni possibile imbarazzo,
ogni malinteso. Finalmente brandì una pipa, la pi-
pa più straordinaria che si fosse mai vista, non so-
lo a Furnes ma in tutta la Fiandra.
«Per zio Arthur...».
Peeters quasi non osava toccarla. Certo, la sua ra-
strelliera conteneva qualche pipa di schiuma che
tutti gli invidiavano, ma questa... Solo il cannello,
lungo almeno cinquanta centimetri, era un’opera
d’arte: di corno, con sopra scolpita una scena di cac-
cia, con i cani, i cacciatori e tutto. E anche il fornel-
lo era scolpito, e rappresentava un interno con un
camino e un tavolo attorno al quale c’erano almeno
dieci persone, precise come su una fotogra$a.
Questa volta Peeters non si trattenne e lanciò uno
sguardo di vittoria a De Greef.
Ma Nouchi non aveva $nito di traf$care intorno al-
la valigia, e un attimo dopo ne estrasse un tappeto
da tavolo magni$camente ricamato che porse con
un timido sorriso alla signora Peeters, la quale non
sapeva che dire e balbettava imbarazzata:
«Ma è di seta!... Tutta seta naturale!... È troppo bel-
lo!... È davvero troppo bello!...».
Poi toccò a Mina: da un involto uscirono delle ca-
micette di fattura estremamente elaborata, di quel-
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le che nell’Europa centrale portano ancora oggi le
contadine ricche.
«Tu!... Tu!...» spiegava Nouchi indicando la cugina.
E non era tutto!
«A Wilhem è sempre piaciuto fare regali...» disse
Peeters guardando il pappagallo. «Notizie ne ha da-
te solo di rado, ma mai che sia passato in un paese
senza mandarci un souvenir...».
Tutti aspettavano di vedere che altro sarebbe uscito
dalla valigia: e fu prima un orologio d’oro, poi un
ciondolo, anch’esso d’oro, lavorato in modo biz-
zarro.
«Zia!...» disse Nouchi porgendo il ciondolo alla si-
gnora Peeters, che continuava a ripetere:
«È troppo... È davvero troppo...».
E ancora due anelli, uno dei quali in $ligrana d’ar-
gento, di gusto arabeggiante.
«Non vedo lettere!» osservò De Greef. «Wilhem è
sempre stato un originale. Io non l’ho conosciuto,
perché era molto più grande di me, però...».
«Adesso ha... Aspetti... Io ne ho cinquantadue... Wil-
hem ne ha cinque più di me... Cinquantasette, dun-
que... E poiché è partito subito dopo il servizio mi-
litare sono... sono trentasei anni che non torna in
Fiandra...».
Peeters aveva bisogno di parlare, per darsi un con-
tegno, e cercava di scusarsene rivolgendo a Nouchi
dei sorrisi simili a quelli che rivolgiamo agli anima-
li per farci benvolere.
«La sua ultima cartolina è arrivata... Vediamo un
po’... Era il giorno della prima comunione di Mi-
na... No!».
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«Di Adele!» retti$cò la moglie.
«Adele ha ventott’anni compiuti... Ha fatto la pri-
ma comunione a undici... Sono passati diciassette
anni da quando ho ricevuto la sua ultima cartoli-
na...».
Peeters andò ad aprire un cassetto del bancone che
conteneva tutte le carte importanti della famiglia e
ne tirò fuori una cartolina dai colori sgargianti in
cui si vedevano l’imboccatura di un $ume, delle
barche e delle reti.
«Ecco che cosa scriveva: “Abito in Romania, un bel
paese, dove dirigo un’impresa di pesca allo storio-
ne”».
«Per fare il caviale!» aggiunse De Greef, e Peeters
non capì se lo prendeva in giro o parlava sul serio.
«Può darsi... In ogni caso non era da molto in Ro-
mania, perché l’anno prima le sue cartoline porta-
vano francobolli australiani».
«Pecore!» buttò là De Greef, e Broodelers, per evi-
tare che nascesse un litigio, intervenne:
«Andiamo, De Greef, non è il momento di punzec-
chiarlo, non le pare|».
«Io dico solo quello che so, e basta!» dichiarò Pee-
ters, paonazzo. «E so che dirigeva un albergo a Cit-
tà del Capo. Lo so perché qualcuno l’ha visto, uno
di qui, il $glio del borgomastro, uno che non va mi-
ca in giro a raccontare panzane...».
«È da lì che ha mandato il pappagallo|».
«No, signor De Greef. Non ci sono pappagalli a Cit-
tà del Capo...».
«E lei che ne sa|».
«E va bene, non lo so! Ma il pappagallo è arrivato
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dal Congo, molto tempo prima, venticinque anni
fa, e questo dimostra che i pappagalli vivono a lun-
go... E insieme al pappagallo è arrivata quella foto-
gra$a, e lei non mi dirà, signor De Greef, che non
è stata scattata in Congo|...».
«Secondo me ha ancora sete!» osservò De Greef in-
dicando Nouchi che guardava di sottecchi la botti-
glia di acquavite.
«Dagliene un altro po’...» disse Peeters alla mo-
glie.
«Non le farà male|...».
«Per una volta!...».
Nouchi aveva preso dalla borsetta un’altra chiave
e, inginocchiata davanti alla seconda valigia, più pic-
cola della prima, stava lottando con una serratura
difettosa.
«Zio Arthur...» disse poi rialzandosi e porgendogli
un portafoglio di grandezza inaudita.
«Che cos’è|».
Ma poiché lei non rispondeva la moglie suggerì:
«Guarda, visto che è per te».
Erano biglietti di banca, biglietti che a Furnes nes-
suno aveva mai visto: pengö, zl
/
otys e lei. Sul fondo
c’erano anche delle monete d’oro.
«Wilhem ha fatto fortuna!» sogghignò De Greef,
che non poteva evitare di essere più acido di una
zitella inacidita.
«E perché no|».
Nouchi sorrideva, e li guardava uno per uno come
a chiedere loro se erano contenti.
«Dove la facciamo dormire|».
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«In camera mia!» disse Mina. «Io prenderò il vec-
chio letto di Adele...».
«Ma è smontato...».
«Papà mi aiuterà a rimontarlo...».
«Noi andiamo» annunciò Broodelers, che pure
avrebbe volentieri bevuto un’altra «birretta».
«Noi andiamo!» gli fece eco Scram.
Quella notte, mentre fuori la pioggia continuava a
cadere monotona, Arthur Peeters e sua moglie par-
larono lungamente, a bassa voce, nel grande letto
di quercia che avevano fatto costruire quando si e-
rano sposati, mentre Mina si svegliava di soprassalto
al minimo scricchiolio e accendeva la luce per sin-
cerarsi che la cugina ungherese fosse ancora là.
«Buongiorno, signor Peeters!».
«Buongiorno, signor De Greef...».
Il farmacista era sulla porta, vestito di nero, con
l’ombrello in mano.
«Ancora nessuna notizia di suo fratello Wilhem|».
«Nossignore. Ma ne avrò certamente domani...».
Così non si poteva andare avanti! In casa non face-
vano altro, per tutta la giornata, che esprimersi in
quella lingua primaria oppure a gesti e a sorrisi, ma
l’unico risultato era di attirare nel caffè una quan-
tità di curiosi che venivano a rimirare la nipote un-
gherese come se andassero a vedere una selvaggia.
Il terzo giorno Peeters si vestì di tutto punto, si fe-
ce la barba con cura, tanto che $nì per tagliarsi, si
mise un solino inamidato e partì per Bruxelles con
il treno delle otto portandosi dietro Nouchi. Aveva
avuto la tentazione di prendere due biglietti di pri-
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ma classe (di solito viaggiava in terza), ma poi si de-
cise per la seconda. Continuava a piovere. L’acqua
scorreva a rivoli sui vetri dei $nestrini. A Bruxelles
si recarono in tram al consolato di Ungheria, in un
ampio viale alberato. Aspettarono a lungo in una sa-
la d’attesa.
Alla $ne un impiegato esaminò il passaporto di
Nouchi.
«È in regola!» dichiarò poi. «Che cosa desidera|...
Un visto per quale paese|».
«Mi perdoni... Io non capisco l’ungherese... Vorrei
sapere se questa ragazza è davvero la $glia di mio
fratello Wilhem Peeters...».
Lo era.
«E anche se mio fratello è ancora vivo...».
«Qui c’è scritto che la madre è morta l’anno scorso,
ma non si fa menzione del decesso del padre...».
«Non potrebbe dirmi dov’è|».
L’impiegato interrogò Nouchi in ungherese. La ra-
gazza rispose con briosa loquacità.
«Dice che non lo sa...».
«Come sarebbe non lo sa|».
«Non sa dove sia il padre... È venuto con lei $no a
Bruxelles, poi le ha dato il suo indirizzo e le ha rac-
comandato di dirle: “Buonasera, zio Arthur...”».
«Le chieda che cosa faceva in Ungheria...».
«Non sa nemmeno questo... Dopo la morte della ma-
dre ha vissuto in campagna a casa di certi contadi-
ni...».
«E prima|».
«Prima abitava con la madre in un sobborgo di Bu-
dapest, e il padre andava a trovarla una volta la set-
timana...».
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«Allora, signor Peeters| Notizie di suo fratello|».
«Sta bene, signor De Greef...».
«Ah! Ha avuto sue notizie, dunque|...».
«Ne ho avute e non ne ho avute, signor De Greef...».
«Lo sa che la notte scorsa dall’altra parte del con$-
ne hanno ucciso un doganiere|...».
«Me ne in$schio dei doganieri!...».
«Ci vediamo stasera, per la solita partita!».
Quello che soprattutto disorientava Nouchi era il
fatto che in casa si parlasse alternativamente fran-
cese e $ammingo, il che le rendeva ancora più dif-
$cile capire il senso delle parole.
Mentre quello che metteva in imbarazzo la signora
Peeters più di ogni altra cosa era che Nouchi fu-
masse tutto il santo giorno – anzi, una volta era sta-
ta lì lì per accendersi un sigaro! E poi aggiungeva
sale e pepe in qualsiasi pietanza le si servisse! E al
mattino andava in giro in vestaglia $no alle undici
e, per dirla tutta, non aveva alcun senso del pudo-
re: accavallava le gambe senza minimamente preoc-
cuparsi di quello che si poteva vedere, e lasciava
che la vestaglia si scostasse scoprendo la pelle ro-
sata del seno.
Certo, aveva acconsentito ad asciugare i piatti, ma
lo faceva con eccessiva disinvoltura, $schiettando
dei motivetti sconosciuti ed esibendosi in smor$e e
piroette: neanche si fosse trattato di un gioco!
«È stata abituata ad avere dei domestici, Arthur, si
capisce... Hai cambiato i biglietti|».
«Non tutti... L’equivalente di ventimila franchi... Il
resto ne vale pressappoco tremila...».
«Secondo te, per quale ragione tuo fratello ce l’ha
mandata senza una parola|».
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Perché rivolgergli quella domanda, dal momento
che la ragione non la sapevano né lui né nessun al-
tro| Ce l’avevano tutti con lui, proprio come De
Greef!
«Wilhem è sempre stato un originale, lo sai...».
«Prima che partisse per il servizio militare lo han-
no pure beccato a fare contrabbando...».
«Questo è meglio non andarlo a raccontare in gi-
ro... Ciò non toglie che dopo ne ha fatta di stra-
da...».
«Senti, Arthur... Che sia ricco sarà anche vero, con
tutto quello che ci ha mandato... Ma c’è modo e
modo di essere ricchi, no|... Certe volte mi chiedo
se... Ti ricordi di Popinga|...».
«Che c’entra Popinga con Wilhem|».
Popinga era un banchiere di Furnes. Aveva una
grossa macchina americana e una villa alla Panne;
andava a Bruxelles e ad Amsterdam due volte la
settimana, e passava le vacanze nel Sud della Fran-
cia... Eppure un bel giorno l’avevano messo in ga-
lera!
«Wilhem sarà un originale, ma è onesto...».
La sera, quando giocava a carte, fumava la famosa
pipa – che però gli creava qualche problema, per-
ché era così lunga e ingombrante che Arthur Pee-
ters doveva stare un po’ discosto dal tavolo.
«A proposito, Peeters, se lo ricorda il capanno di
Flipke|».
«Sì... Perché|...».
«Così...».
Ecco com’era De Greef: sempre a fare insinuazio-
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ni! Che cosa c’entrava Arthur Peeters con il capan-
no di Flipke| Quel capanno, fatto di assi, di lamie-
ra e di chissà cosa, stava laggiù, nei polder, al di là
delle casette bianche circondate da giardini e da
campi, a cento metri dal canale e a meno di due-
cento dal con$ne, e nessuno a Furnes, né del resto
in tutta la regione, avrebbe saputo dire ormai chi
l’avesse costruito...
Così come nessuno sapeva a chi appartenesse né
da dove venisse il vecchio che un bel giorno vi si era
sistemato insieme a un certo numero di galline e
di conigli.
Lo chiamavano Flipke, ma non erano affatto sicuri
che fosse quello il suo vero nome. Era già vecchio
quando era arrivato, a un’epoca in cui Peeters era
giovanissimo, eppure era morto solo pochi mesi pri-
ma. Una mattina l’avevano trovato stecchito, in pie-
di, appoggiato al tavolo, con una barba che scende-
va $no alla vita.
Che cosa aveva cercato di insinuare, parlando di
Flipke, De Greef, che non diceva mai niente per ca-
so| Non avrebbe ricominciato con quella storia del
contrabbando! Era una $ssazione, la sua, che Pee-
ters fosse in qualche modo coinvolto con le quoti-
diane spedizioni di tabacco...
Già, perché Flipke, per via dell’ubicazione del ca-
panno, aveva $nito per far da palo ai contrabban-
dieri. I doganieri non badavano a lui. Ed era Flip-
ke che la sera avvertiva gli uomini:
«Ce ne sono due, con i sacchi a pelo, nel campo di
barbabietole...».
Che diavolo aveva voluto insinuare quel maligno di
De Greef|
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Una sola volta, una domenica pomeriggio, Mina si
era provata una delle camicette che le aveva porta-
to Nouchi. Ma era troppo vistosa, troppo scollata; ol-
tretutto, metteva così tanto in risalto la forma dei
seni che Mina sembrava completamente nuda.
«A proposito, signor Peeters...».
«Di cosa, signor De Greef|...».
«Del capanno di Flipke... Lo sa che c’è dentro qual-
cuno|».
Quella volta Arthur Peeters arrossì.
«Tanto meglio per questo qualcuno, signor De
Greef! Piuttosto che starsene sotto la pioggia... Giac-
ché, come avevo previsto, pioverà per due mesi, si-
gnor De Greef... Vero è che lei potrà vendere le sue
pasticche contro il raffreddore...».
«E lei i suoi grog...».
Avrebbe potuto andarci. Per alcuni giorni si ripro-
mise di farlo. Ma preferiva non arrischiarsi per quel-
le stradine fangose con le sue scarpe di vernice e i
pantaloni dalla piega impeccabile.
«Lo sa, signor Peeters, che il successore di Flipke fa
anche lui da palo ai contrabbandieri|».
«La cosa non mi riguarda, signor De Greef... Non
mi riguarda nemmeno un po’, se lo metta in testa
una buona volta...».
«È uno che conosce bene la regione...».
«Anche lei la conosce, no|».
Tutto ciò non signi$cava niente, ma Peeters comin-
ciava ad averne abbastanza del modo di fare di De
Greef. Se andava avanti così... be’, una di quelle se-
re sarebbe stato persino capace di ri$utarsi di gio-
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care a carte con lui. Naturalmente correva il rischio
che andassero a giocare al caffè della Posta, e che...
C’era gente che entrava solo per sentire Nouchi pro-
nunciare qualche parola in $ammingo: aveva un
accento così buffo, e la sua faccia assumeva un’e-
spressione così strana che era come andare a teatro.
Ed era lei la prima a riderne. La signora Peeters so-
steneva che a volte il suo alito sapeva di acquavite,
ma non erano mai riusciti a coglierla sul fatto.
«È la $glia di mio fratello Wilhem,» spiegava Peeters
«che ha fatto il giro del mondo e attualmente vive
in Ungheria... Avete visto la pipa|...».
I paesani andavano a vedere la pipa, il tappeto da
tavolo, le camicette ungheresi... Finanche le mone-
te d’oro, che portavano impresse ef$gi sconosciute
a Furnes...
«Se Wilhem mi ha mandato la $glia è perché pri-
ma o poi ha intenzione di tornare a casa, no|».
Quello che proprio non sopportava era lo sguardo
di De Greef!
«A proposito del capanno di Flipke...».
Un giorno o l’altro Peeters si sarebbe arrabbiato
sul serio. Si tratteneva solo perché era tormentato
dai dubbi. E certe volte la sera faceva fatica ad ad-
dormentarsi, per via della storia di quell’altro vec-
chio che si era sistemato nel capanno.
Sarebbe stato tanto semplice andare a vedere! Pri-
ma di addormentarsi Peeters giurava a se stesso:
«Domani... Chiederò a Jef di prestarmi il taxi...».
E l’indomani non ci andava!
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Passarono così due mesi. Alla pioggia seguirono le
gelate, e i bambini tirarono fuori dagli armadi pat-
tini e slittini. Nella zona attorno al capanno i pol-
der erano completamente ghiacciati. Nouchi co-
minciava a parlare $ammingo, ma non erano riu-
sciti a toglierle l’abitudine di fumare né quella di
$schiettare mentre sfaccendava.
«A proposito, signor Peeters...».
«Eh|».
D’inverno De Greef portava un berretto di lontra
che gli conferiva un aspetto ancora più diabolico.
«Ho visto la macchina del dottor Hessels che si di-
rigeva verso il capanno di Flipke...».
«E a me che me ne importa|».
«Dicono che è andato a prendere il vecchio per por-
tarlo all’opedale».
Senza volere, Peeters guardò il pappagallo, poi la
fotogra$a sul muro, e per $nire il bancone di mo-
gano, così bello che quando glielo avevano conse-
gnato c’era gente che era arrivata da Ostenda per
vederlo.
«Quel che volevo dire...».
«Le ho per caso chiesto di dirmi qualche cosa|».
Per tre giorni fece talmente freddo che nella piaz-
za del mercato si dovettero accendere dei bracieri,
e le venditrici passavano il tempo a battersi i $an-
chi con le braccia come marionette.
«A proposito, signor Peeters...».
Non gli rispondeva neanche più!
«Il vecchio del capanno è morto...».
Dietro le lenti gli occhietti di De Greef ebbero uno
scintillio feroce.
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«Non aveva documenti... Mi chiedo se gli faranno
un funerale religioso, visto che non si sa se era o no
cattolico... Me la darebbe una birretta|».
La birra schizzò fuori dalla pompa di metallo chia-
ro e il bicchiere si coprì di una schiuma cremosa.
«È strano, signor Peeters...».
Nouchi stava imparando a cucire sotto la guida di
Mina. Ma faceva sempre punti troppo lunghi, e non
fermava mai il $lo.
«Non so come dirle, signor parroco... Insomma, una
messa...».
«Per chi|».
«Per un morto... Non ha importanza chi è, non le
pare|... Una messa da venti franchi... E anche cin-
que messe da cinque franchi...».
Arthur Peeters teneva in mano il portafoglio aperto.
«In totale sei messe» calcolò il parroco. «Ha detto:
per un morto...».
«Esattamente!».
Peeters pagò e uscì dalla sacrestia; le sue scarpe
scricchiolarono.
Sarebbe stato così facile, il giorno prima, andare al-
l’ospedale... Ma se poi fosse stato vero|... E a che sa-
rebbe servito|... Chi ci avrebbe guadagnato|...
Soltanto De Greef! E non aveva importanza che le
messe fossero anonime: sempre messe erano!
Peeters attraversò la piazza, dove il vento scuoteva i
teloni che coprivano i banchi del mercato. Quan-
do entrò nel caffè vide Nouchi che con un gesto fur-
tivo nascondeva un bicchiere sotto il bancone, e su-
bito voltò lo sguardo da un’altra parte.
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Quanto a De Greef, ne avrebbe parlato con Brood-
elers: non si sapeva neanche in quale lista si sareb-
be presentato alle elezioni municipali quello lì...
Potevano tranquillamente giocare in quattro. E sen-
za dover subire di continuo quel suo tono acido,
senza essere costretti a vedere quegli occhietti che
ridevano come se ci fossero cose che lui solo sapeva,
e nessun altro fosse degno di conoscere il motivo di
tanta ilarità!
Aveva forse qualcosa più degli altri, De Greef| E se
disprezzava a tal punto il suo prossimo, perché mai
andava ogni sera a giocare a whist con loro|
Oltretutto, aveva un modo di guardare Nouchi
quando lei accavallava le gambe...
Proprio così, signor De Greef! Si sbaglia di grosso
se crede che gli altri siano tutti più stupidi di lei!
© 1941 georges simenon
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