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Georges Simenon IL CA­PAN­NO DI FLIP­KE Traduzione di Ena Marchi Adel­phi­ana www.adel­phi­ana.it 13 feb­braio 2003

«Ec­co­ci qua!» fece Brood­el­ers il Gras­so (es­iste­va in- fat­ti un al­tro Brood­el­ers, det­to il Ma­gro, suo cu­gi- no), sp­in­gen­do in avan­ti il tavo­lo per dare agio al­lo stom­aco e get­tan­do le carte che, an­co­ra una vol­ta, ave­vano costret­to il suo cervel­lo a la­vo­rare per tut­ta la ser­ata. La sig­no­ra Peeters, che sta­va ri­ca­man­do delle ini- ziali sull’an­go­lo di una fed­era, $nse di non sapere già come avrebbe pros­egui­to e si sforzò di non ag- grottare la fronte. Era tal­mente tan­to tem­po che quel gio­chet­to si ripete­va og­ni sera in­torno alle undi­ci fra lei e Brood­el­ers che nes­suno ci face­va più ca­so. «Quasi quasi...» es­or­di­va il com­mer­ciante di lino- leum e car­ta da parati spiando la sig­no­ra Peeters con la co­da dell’oc­chio. «Quasi quasi...». Ma, per quan­ti sforzi facesse, lei non rius­ci­va a e- vitare di alzare lo sguar­do ver­so la pen­dola West- min­ster dal quad­rante ar­gen­ta­to, poi di $ssar­lo su Brood­el­ers. 2

«Ma sì, via, me la con­ced­erò!... Sig­no­ra Peeters, mi darebbe un’al­tra bir­ret­ta|». Lei al­lo­ra posa­va il la­voro sul tavo­lo, ci in$la­va den- tro l’ago in un pun­to qual­si­asi e si avvi­ava con aria stizzi­ta ver­so il ban­cone di mogano scuro sul quale brilla­va la mod­er­na pom­pa del­la bir­ra in met­al­lo chiaro. Le bir­rette di Brood­el­ers er­ano in re­altà, al pari di quelle di tut­ti i cli­en­ti abit­uali, dei mag­ni$ci bic- chieri di cristal­lo dal­la capien­za di mez­zo litro, o- gnuno dei quali por­ta­va in­ciso, den­tro una corni- ce di arabeschi, il nome del cliente medes­imo. «Non smette di pi­overe!». «E per­ché dovrebbe smet­tere, vis­to che siamo in au­tun­no|». Da giorni e giorni – chi li con­ta­va più, or­mai| – pio- ve­va su Furnes e sui suoi fron­toni den­tel­lati, sui tet­ti di arde­sia, sul cam­panile del­la chiesa e sulle sel­ci che las­tri­ca­vano le strade, e che al­la luce dei lam­pi­oni a gas man­da­vano strani bagliori. Ed era as­sai raro, alle undi­ci di sera, udire an­co­ra risuona- re dei pas­si. Tranne il caf­fè dei Peeters, da cui $l- tra­va un po’ di luce per quan­to smorza­ta dalle ten- de er­meti­ca­mente chiuse, i soli lu­oghi il­lu­mi­nati er­ano le camere dei malati o delle puer­pere, non- ché, al­to nel cielo e di un rosso aran­cio come la lu- na quan­do sorge, il dis­co dell’orolo­gio del mu­ni- ci­pio. Poiché Brood­el­ers ave­va or­di­na­to da bere, an­che gli al­tri, in­tor­pidi­ti dal cal­do e dal­la pro­lun­ga­ta im­mo- bil­ità, tut­to­ra im­mer­si nel fu­mo dei sigari, si ac­cor­da- rono l’in­do­lente pi­acere di pro­lun­gare la ser­ata. 3

«Per me uno schiedam» chiese con pron­tez­za Van Ether­ing, che ave­va un ne­gozio di scarpe. «Un cu­raçao...». «An­che per me una bir­ra...». Di tan­to in tan­to la grossa stu­fa di ce­ram­ica emet- te­va un bron­to­lio che sem­bra­va scuoter­la tut­ta. Sul ban­cone, ac­can­to al gior­nale e agli oc­chiali di Pee- ters, se ne sta­va rag­gomi­to­la­to un gat­to bian­co. «Non hai son­no, Mi­na|» chiese Peeters. «Io, a leg- gere così per tut­ta la sera, non rius­cirei più a dis­tin- guere le pa­role...». Og­ni sera, im­man­ca­bil­mente, Arthur Peeters gio- ca­va a carte se­du­to al­lo stes­so tavo­lo in­sieme agli stes­si cli­en­ti: De Greef, Van Ether­ing, Brood­el­ers 4

e Scram. E og­ni sera cias­cuno di loro beve­va im­man- ca­bil­mente la stes­sa cosa, men­tre la sig­no­ra Peeters cu­ci­va o ri­ca­ma­va e Mi­na, in un an­go­lo, legge­va sen- za mai alzare la tes­ta, e se qual­cuno le rivol­ge­va la paro­la lei lo guar­da­va con un’espres­sione smar­ri- ta, come chi torni da molto lon­tano. A volte, nel tor- pore gen­erale, trascor­re­vano in­teri minu­ti nei quali non si sen­ti­va al­tro che i colpi di bec­co del pap­pa- gal­lo con­tro le sbarre del­la sua gab­bia. E an­che quel­la sera, ri­alzan­dosi ap­pe­na la gonna per salire la scala a chioc­ci­ola, la sig­no­ra Peeters avrebbe det­to: «Sec­on­do me, quan­do si sono fat­te le undi­ci e la par­ti­ta è $ni­ta, uno potrebbe pure...». A suo mar­ito, in­vece, non dispi­ace­va quel pic­co­lo sup­ple­men­to con­ces­so al­la ser­ata, quei minu­ti du- rante i quali non si gio­ca­va più, non si face­va più niente, e ci si lim­ita­va a guardare nel vuo­to, nell’at- tesa di trovare il cor­ag­gio di salu­tar­si, chi­ud­ere la por­ta, ab­bas­sare la saraci­nesca, speg­nere le lu­ci... Degli al­tri quat­tro nes­suno dove­va an­dare lon­tano: Scram abita­va nel­la casa ac­can­to, quel­la con una sca- lina­ta di sei gra­di­ni e la ringhiera di fer­ro; De Greef, il far­ma­cista, abita­va pro­prio di fronte, e gli bas­ta- va at­traver­sare la grande pi­az­za lu­ci­da di pi­og­gia; Brood­el­ers e Van Ether­ing si avvi­avano in­sieme, e si udi­vano le loro vo­ci nel silen­zio del­la notte $nché non ave­vano gi­ra­to l’an­go­lo del­la sec­on­da stra­da. Arthur Peeters si era alza­to per­ché an­che lui ave­va voglia di un bic­chieri­no e preferi­va non chieder­lo al­la moglie. Le sue scarpe di ver­nice scric­chi­olaro- no e Arthur, levan­do lo sguar­do e ve­den­dosi nel­lo 5

spec­chio, fu sod­dis­fat­to del pro­prio as­pet­to cu­ra- to: ave­va i capel­li gri­gi mor­bi­di e lu­mi­nosi, i baf$ ar­gen­tei, una gi­ac­ca di lana di ot­ti­ma qual­ità. «Un tem­po ide­ale per i con­tra­bbandieri» os­servò. Si riferi­va a quel­li che quasi og­ni notte, a pochi chilometri da lì, pas­sa­vano il con$ne in $la in­dia- na, cias­cuno con una bal­la di tabac­co sulle spalle. «Ide­ale so­prat­tut­to per chi li pa­ga!...» ri­bat­té Hans De Greef, che dei cinque era l’uni­co ma­gro, e per di più possede­va un lun­go na­so, un men­to spor- gente e due oc­chi­et­ti che luc­ci­ca­vano ma­lig­ni die- tro le lenti degli oc­chiali. A Peeters non pi­ace­va De Greef. E a De Greef non pi­ace­va nes­suno. Il far­ma­cista si rivol­ge­va a tut­ti in tono aci­do, e tut­ti si chiede­vano per quale ra­gione tor­nasse og­ni sera vis­to che era ca­pace di dire so­lo cose sgrade­voli. De Greef sape­va benis­si­mo che Pee- ters non face­va con­tra­bban­do e che se, pochi an­ni pri­ma, ave­va po­tu­to rimet­tere a nuo­vo il lo­cale era sta­to so­lo per­ché gli ave­vano rim­bor­sato an­tic­ipa- tamente uno dei suoi titoli ob­bligazionari. Lo sape- va, cer­to, ma but­ta­va lì ugual­mente un’in­sin­uazio- ne, e gli ride­vano gli oc­chi, di­etro le lenti, come se ru­mi­nasse pen­sieri che gli al­tri non er­ano in gra­do di capire. «Mi­na, hai let­to ab­bas­tan­za...» sospirò la sig­no­ra Peeters, ri­ma­nen­do in pie­di per las­cia­re in­ten­dere che era l’ora di an­darsene. Di colpo, però, tut­ti tesero le orec­chie: fuori, sul mar­ci­apiede, si udi­vano i pas­si di due per­sone, e una voce che dice­va in $am­min­go: «È qui...». La por­ta si spalancò e una fo­la­ta di aria gel­ida ir- 6

ruppe con vi­olen­za nel pi­acev­ole cal­duc­cio del lo- cale. Quel­lo che en­trò era un per­son­ag­gio come non se n’er­ano mai visti a Furnes, e in og­ni ca­so cer­ta­men- te non dopo le undi­ci di sera nel caf­fè dei Peeters: una ragaz­za sui quindi­ci, forse sedi­ci an­ni – dif$ci- le at­tribuir­le un’età pre­cisa, co­munque, da­to che non as­somigli­ava in nul­la alle al­tre ragazze –, con un lun­go cor­po ma­gro, i capel­li neri ar­ruf­fati, pun- teggiati di goc­ce di pi­og­gia e sor­mon­tati da una to- que di pel­lic­cia, gli oc­chi neri, bril­lan­ti e il na­so a pun­ta... Era im­pos­si­bile reg­is­trare al pri­mo sguar­do tut­ti i par­ti­co­lari di quell’ap­parizione. Alle sue spalle Pi- tje, il facchi­no del­la stazione, sbron­zo come suo so- lito, trascinò den­tro due grosse valigie facen­dole ur- tare con­tro gli stip­iti e si fer­mò a ripren­dere $ato sen­za nem­meno pen­sare a richi­ud­ere la por­ta. Ci pen­sò De Greef, che era fred­doloso, pas­san­do die- tro di lui; per ter­ra, sul linoleum stri­ato di verde, si er­ano for­mate chi­azze di ac­qua. Pri­ma che Pit­je aprisse boc­ca la ragaz­za, dopo aver guarda­to uno per uno gli uo­mi­ni pre­sen­ti, ebbe un at­ti­mo di in­certez­za da­van­ti a Brood­el­ers, poi si di- resse ver­so Arthur Peeters e fece per ab­brac­cia­rlo. «Buonasera, zio Arthur...». E lo ab­brac­ciò davvero, scoc­can­dogli due baci sul- le guance che gli in­umidirono la pun­ta dei baf$. Nel frat­tem­po si guar­da­va in­torno e sor­ride­va, seb- bene con un’aria vaga­mente spau­ri­ta. Forse le sa- rebbe piaci­uto pot­er­si avvic­inare a Mi­na. Tene­va in mano un faz­zo­let­to umi­do tut­to ap­pal- 7

lot­to­la­to. Con uno sfor­zo ev­idente, come cer­can- do di ri­cor­dar­si una lezione im­para­ta a memo­ria, scan­dì: «Sono Nouchi Peeters, la $glia di suo fratel­lo Wil- hem...». E con­tin­ua­va a sor­rid­ere, quasi in­ten­desse rab­bo- nir­li. Ave­va un ac­cen­to straniero che nes­suno – nep- pure De Greef che pre­tende­va di sapere sem­pre tut- to – ri­conosce­va. Peeters, con una fac­cia ine­beti­ta, non riuscì a fare al­tro che ripetere: «La $glia di Wil­hem|...». Istin­ti­va­mente guardò pri­ma il pap­pa­gal­lo, poi una fo­togra$a che troneg­gia­va sul muro di­etro il ban- cone e in cui si vede­vano suo fratel­lo Wil­hem, ve- sti­to di bian­co e con un cas­co in tes­ta, un grup­po di ne­gri e, sul­lo sfon­do, una piroga. Wil­hem ave­va una $glia| Mai sa­puto! Peeters la guar­da­va, stu­pe­fat­to dal­la cam­icetta di se­ta lu­cen- te a gran­di pois rossi, dal­la gonna trop­po stret­ta in vi­ta e sui $an­chi, in­som­ma da tut­to e da niente di pre­ciso – i seni ap­pun­ti­ti che sem­bra­vano bu­care la se­ta e che non er­ano seni da $am­min­ga, le lunghe gambe sot­tili –, tut­to, tut­to era stu­pe­facente, com- prese le valigie, che es­ibi­vano un’in­tera collezione di etichette e di no­mi stranieri. «Wil­hem è a Furnes|». Lei ag­grot­tò la fronte, ma non rispose. «Non sarà mi­ca... Cioè... non gli è mi­ca suc­ces­so qual­cosa|». Al­lo­ra la ragaz­za si tolse la toque e ag­itò la pic­co­la tes­ta di capel­li scar­ruf­fati. 8

«Non capire...» disse ri­den­do. Come Peeters prevede­va, gli oc­chi di De Greef a- ve­vano as­sun­to la loro espres­sione più fe­roce e sar- cas­ti­ca. «Non capisce il $am­min­go|». Lei scosse di nuo­vo la tes­ta. «Neanche il francese|». Stes­so gesto. E forse, pi­ut­tosto che di rid­ere, ave­va voglia di pi­an­gere. «Dove l’hai trova­ta|» chiese Peeters a Pit­je. «Al­la stazione|». «Sì... È sta­ta l’uni­ca a scen­dere dal­la car­roz­za di pri- ma classe... L’ho vis­to subito che è una abit­ua­ta a vi­ag­gia­re... Cer­ca­va un facchi­no... “Caf­fè Peeters” ha det­to. Poi, quan­do siamo us­ci­ti, ha mor­mora­to: “Taxi”... Io le ho fat­to capire che a quell’ora non ce ne sono più di taxi al­la stazione, e così...». Quasi sen­za pen­sar­ci, per­ché era il min­imo che po- tesse fare, la sig­no­ra Peeters gli servì un bic­chieri- no di ac­qua­vite. In­tan­to la straniera si avvicinò a Mi­na, che ave­va chiu­so il li­bro, e le do­mandò gen- tilmente: «Peeters|». «Sì, Mi­na Peeters... Cug­ina...» rispose Mi­na es­pri- men­dosi an­che lei in quel lin­guag­gio el­ementare. Fu subito im­ita­ta dal padre, che si lan­ciò a sua vol- ta nelle pre­sen­tazioni: «Io zio Arthur... Ques­ta, zia... Mi­na... Al­tra cug­ina, sposa­ta... Sposa­ta Brux­elles... Due nipo­ti­ni...». Ma per quan­to lui si sforzasse di es­primer­si a gesti, e lei di cor­ru­gare quel­la strana fronte bom­bata, era chiaro che non capi­va niente. «Gli al­tri, am­ici... Cli­en­ti... Cli­en­ti am­ici...». 9

Ciò che davvero in­fas­tidi­va Peeters era la pre­sen­za di De Greef, e avrebbe pa­ga­to caro pur di ved­er­lo an­dar via. Ma nat­ural­mente De Greef non ave­va nes- suna voglia di an­darsene. Per di più man­ca­va di tat- to: tant’è che, come se la cosa lo riguardasse, do- mandò: «Viene da lon­tano|... Eu­ropa cen­trale|...». «Bu­dapest...». «Viene da Bu­dapest!» ripeté l’al­tro. «È in Unghe- ria...». «Mi­na! Va’ a pren­dere l’at­lante...». 10

«Avrà fame...» az­zardò pre­murosa­mente la sig­no­ra Peeters. Le sta­vano tut­ti at­torno a guardar­la, quasi si trat- tasse di un fenomeno da barac­cone, e nes­suno sa- pe­va che dire, che fare. «Man­gia­re|... Fame|... No|... Sete|...». La sig­no­ra Peeters in­dicò il ban­cone, i bic­chieri. Nouchi an­nuì. «Dalle qual­cosa che la tiri su...». La ragaz­za tran­gugiò sen­za bat­tere ciglio un bic- chiere in­tero di ac­qua­vite e quan­do ebbe be­vu­to man­ifestò in mo­do elo­quente la pro­pria sod­dis­fa- zione. De Greef ave­va sem­pre sulle lab­bra quel suo odioso sor­riso! Mi­na tornò con l’at­lante e si mis­ero a cer- care l’Unghe­ria. Peeters si era mes­so an­che gli oc- chiali. Avrebbe vo­lu­to chiedere al­la nipote se quel lun­go vi­ag­gio lo ave­va fat­to tut­to in una vol­ta, ma era una do­man­da trop­po com­pli­ca­ta da for­mu­la­re a gesti o con pa­role el­emen­tari. «Io me ne an­drei...» bor­bot­tò Pit­je, a cui nes­suno of­fri­va più niente. Si di­men­ti­carono di pa­gar­gli il trasporto dei baga- gli e lui, da­ta la solen­nità del mo­men­to, non osò protestare. «E noi|» fece Brood­el­ers, es­itante. «Voi potete restare an­co­ra un po’» disse Peeters, pen­ten­dosene un at­ti­mo dopo. Ma era fat­to così: of­fri­va una cosa e subito se ne pen- ti­va. «Quel­lo che mi sem­bra stra­no è che mio fratel­lo non le ab­bia af$da­to una let­tera...». 11

Quasi avesse in­dov­ina­to, Nouchi andò ver­so una delle valigie e nonos­tante il pe­so riuscì a soll­evar­la e a met­ter­la, bag­na­ta com’era, so­pra un tavo­lo. Poi, con una chi­ave che prese dal­la borset­ta, la aprì e com­in­ciò a fru­gare feb­bril­mente fra la sua ro­ba, sco­stan­do biancheria e vesti­ti. Sem­bra­va che non vedesse l’ora di dis­si­pare og­ni pos­si­bile im­baraz­zo, og­ni ma­lin­te­so. Fi­nal­mente brandì una pi­pa, la pi- pa più straor­di­nar­ia che si fos­se mai vista, non so- lo a Furnes ma in tut­ta la Fian­dra. «Per zio Arthur...». Peeters quasi non os­ava toc­car­la. Cer­to, la sua ra- strel­liera con­tene­va qualche pi­pa di schi­uma che tut­ti gli in­vidi­avano, ma ques­ta... So­lo il can­nel­lo, lun­go al­meno cin­quan­ta cen­timetri, era un’opera d’arte: di corno, con so­pra scol­pi­ta una sce­na di cac- cia, con i cani, i cac­cia­tori e tut­to. E an­che il for­nel- lo era scol­pi­to, e rap­pre­sen­ta­va un in­ter­no con un camino e un tavo­lo at­torno al quale c’er­ano al­meno dieci per­sone, pre­cise come su una fo­togra$a. Ques­ta vol­ta Peeters non si trat­tenne e lan­ciò uno sguar­do di vit­to­ria a De Greef. Ma Nouchi non ave­va $ni­to di traf$care in­torno al- la vali­gia, e un at­ti­mo dopo ne es­trasse un tap­peto da tavo­lo mag­ni$ca­mente ri­cam­ato che porse con un timi­do sor­riso al­la sig­no­ra Peeters, la quale non sape­va che dire e bal­bet­ta­va im­baraz­za­ta: «Ma è di se­ta!... Tut­ta se­ta nat­urale!... È trop­po bel- lo!... È davvero trop­po bel­lo!...». Poi toc­cò a Mi­na: da un in­volto us­cirono delle ca- micette di fat­tura es­trema­mente elab­ora­ta, di quel- 12

le che nell’Eu­ropa cen­trale por­tano an­co­ra og­gi le con­ta­dine ric­che. «Tu!... Tu!...» sp­ie­ga­va Nouchi in­di­can­do la cug­ina. E non era tut­to! «A Wil­hem è sem­pre piaci­uto fare re­gali...» disse Peeters guardan­do il pap­pa­gal­lo. «No­tizie ne ha da- te so­lo di ra­do, ma mai che sia pas­sato in un paese sen­za man­dar­ci un sou­venir...». Tut­ti as­pet­ta­vano di vedere che al­tro sarebbe us­ci­to dal­la vali­gia: e fu pri­ma un orolo­gio d’oro, poi un cion­do­lo, an­ch’es­so d’oro, la­vo­ra­to in mo­do biz- zarro. «Zia!...» disse Nouchi por­gen­do il cion­do­lo al­la si- gno­ra Peeters, che con­tin­ua­va a ripetere: «È trop­po... È davvero trop­po...». E an­co­ra due anel­li, uno dei quali in $ligrana d’ar- gen­to, di gus­to arabeg­giante. «Non ve­do let­tere!» os­servò De Greef. «Wil­hem è sem­pre sta­to un orig­inale. Io non l’ho conosci­uto, per­ché era molto più grande di me, però...». «Adesso ha... As­pet­ti... Io ne ho cin­quan­tadue... Wil- hem ne ha cinque più di me... Cin­quan­tasette, dun- que... E poiché è par­ti­to subito dopo il servizio mi- litare sono... sono trenta­sei an­ni che non tor­na in Fian­dra...». Peeters ave­va bisog­no di par­lare, per dar­si un con- teg­no, e cer­ca­va di scusarsene rivol­gen­do a Nouchi dei sor­risi sim­ili a quel­li che rivol­giamo agli an­ima- li per far­ci ben­vol­ere. «La sua ul­ti­ma car­toli­na è ar­riva­ta... Ve­di­amo un po’... Era il giorno del­la pri­ma co­mu­nione di Mi- na... No!». 13

«Di Adele!» ret­ti$cò la moglie. «Adele ha ven­tott’an­ni com­piu­ti... Ha fat­to la pri- ma co­mu­nione a undi­ci... Sono pas­sati di­ci­as­sette an­ni da quan­do ho rice­vu­to la sua ul­ti­ma car­toli- na...». Peeters andò ad aprire un cas­set­to del ban­cone che con­tene­va tutte le carte im­por­tan­ti del­la famiglia e ne tirò fuori una car­toli­na dai col­ori sgar­gianti in cui si vede­vano l’im­boc­catu­ra di un $ume, delle barche e delle reti. «Ec­co che cosa scrive­va: “Abito in Ro­ma­nia, un bel paese, dove diri­go un’im­pre­sa di pesca al­lo sto­rio- ne”». «Per fare il caviale!» ag­giunse De Greef, e Peeters non capì se lo pren­de­va in giro o parla­va sul se­rio. «Può dar­si... In og­ni ca­so non era da molto in Ro- ma­nia, per­ché l’an­no pri­ma le sue car­to­line por­ta- vano fran­cobol­li aus­traliani». «Pecore!» but­tò là De Greef, e Brood­el­ers, per evi- tare che nascesse un liti­gio, in­ter­venne: «An­di­amo, De Greef, non è il mo­men­to di pun­zec- chiar­lo, non le pare|». «Io di­co so­lo quel­lo che so, e bas­ta!» dichiarò Pee- ters, paon­az­zo. «E so che dirige­va un al­ber­go a Cit- tà del Capo. Lo so per­ché qual­cuno l’ha vis­to, uno di qui, il $glio del bor­go­mas­tro, uno che non va mi- ca in giro a rac­con­tare pan­zane...». «È da lì che ha manda­to il pap­pa­gal­lo|». «No, sig­nor De Greef. Non ci sono pap­pa­gal­li a Cit- tà del Capo...». «E lei che ne sa|». «E va bene, non lo so! Ma il pap­pa­gal­lo è ar­riva­to 14

dal Con­go, molto tem­po pri­ma, ven­ticinque an­ni fa, e questo di­mostra che i pap­pa­gal­li vivono a lun- go... E in­sieme al pap­pa­gal­lo è ar­riva­ta quel­la fo­to- gra$a, e lei non mi dirà, sig­nor De Greef, che non è sta­ta scat­ta­ta in Con­go|...». «Sec­on­do me ha an­co­ra sete!» os­servò De Greef in- di­can­do Nouchi che guar­da­va di sot­tec­chi la bot­ti- glia di ac­qua­vite. «Dagliene un al­tro po’...» disse Peeters al­la mo- glie. «Non le farà male|...». «Per una vol­ta!...». Nouchi ave­va pre­so dal­la borset­ta un’al­tra chi­ave e, in­ginoc­chi­ata da­van­ti al­la sec­on­da vali­gia, più pic- co­la del­la pri­ma, sta­va lot­tan­do con una ser­ratu­ra difet­tosa. «Zio Arthur...» disse poi ri­alzan­dosi e por­gen­dogli un portafoglio di grandez­za in­au­di­ta. «Che cos’è|». Ma poiché lei non rispon­de­va la moglie sug­gerì: «Guar­da, vis­to che è per te». Er­ano bigli­et­ti di ban­ca, bigli­et­ti che a Furnes nes- suno ave­va mai vis­to: pengö, zl / otys e lei. Sul fon­do c’er­ano an­che delle mon­ete d’oro. «Wil­hem ha fat­to for­tu­na!» sog­ghignò De Greef, che non pote­va evitare di es­sere più aci­do di una zitel­la inacidi­ta. «E per­ché no|». Nouchi sor­ride­va, e li guar­da­va uno per uno come a chiedere loro se er­ano con­tenti. «Dove la fac­ciamo dormire|». 15

«In cam­era mia!» disse Mi­na. «Io pren­derò il vec- chio let­to di Adele...». «Ma è smon­ta­to...». «Pa­pà mi aiuterà a ri­mon­tar­lo...». «Noi an­di­amo» an­nun­ciò Brood­el­ers, che pure avrebbe vo­len­tieri be­vu­to un’al­tra «bir­ret­ta». «Noi an­di­amo!» gli fece eco Scram. Quel­la notte, men­tre fuori la pi­og­gia con­tin­ua­va a cadere mono­tona, Arthur Peeters e sua moglie par- larono lunga­mente, a bas­sa voce, nel grande let­to di quer­cia che ave­vano fat­to costru­ire quan­do si e- ra­no sposati, men­tre Mi­na si sveg­li­ava di so­pras­salto al min­imo scric­chi­olio e ac­cen­de­va la luce per sin- cer­ar­si che la cug­ina ungherese fos­se an­co­ra là. «Buon­giorno, sig­nor Peeters!». «Buon­giorno, sig­nor De Greef...». Il far­ma­cista era sul­la por­ta, vesti­to di nero, con l’om­brel­lo in mano. «An­co­ra nes­suna no­tizia di suo fratel­lo Wil­hem|». «Nos­sig­nore. Ma ne avrò cer­ta­mente do­mani...». Così non si pote­va an­dare avan­ti! In casa non face- vano al­tro, per tut­ta la gior­na­ta, che es­primer­si in quel­la lin­gua pri­maria op­pure a gesti e a sor­risi, ma l’uni­co risul­ta­to era di at­ti­rare nel caf­fè una quan- tità di cu­riosi che veni­vano a rim­irare la nipote un- gherese come se an­dassero a vedere una sel­vaggia. Il ter­zo giorno Peeters si vestì di tut­to pun­to, si fe- ce la bar­ba con cu­ra, tan­to che $nì per tagliar­si, si mise un soli­no in­amida­to e partì per Brux­elles con il treno delle ot­to por­tan­dosi di­etro Nouchi. Ave­va avu­to la ten­tazione di pren­dere due bigli­et­ti di pri- 16

ma classe (di soli­to vi­ag­gia­va in terza), ma poi si de- cise per la sec­on­da. Con­tin­ua­va a pi­overe. L’ac­qua scor­re­va a rivoli sui vetri dei $nestri­ni. A Brux­elles si re­carono in tram al con­so­la­to di Unghe­ria, in un am­pio viale al­ber­ato. As­pet­tarono a lun­go in una sa- la d’at­te­sa. Al­la $ne un imp­ie­ga­to esam­inò il pas­sapor­to di Nouchi. «È in re­go­la!» dichiarò poi. «Che cosa desidera|... Un vis­to per quale paese|». «Mi per­doni... Io non capis­co l’ungherese... Vor­rei sapere se ques­ta ragaz­za è davvero la $glia di mio fratel­lo Wil­hem Peeters...». Lo era. «E an­che se mio fratel­lo è an­co­ra vi­vo...». «Qui c’è scrit­to che la madre è mor­ta l’an­no scor­so, ma non si fa men­zione del de­ces­so del padre...». «Non potrebbe dir­mi dov’è|». L’imp­ie­ga­to in­ter­rogò Nouchi in ungherese. La ra- gaz­za rispose con briosa lo­quacità. «Dice che non lo sa...». «Come sarebbe non lo sa|». «Non sa dove sia il padre... È venu­to con lei $no a Brux­elles, poi le ha da­to il suo in­di­riz­zo e le ha rac- co­manda­to di dirle: “Buonasera, zio Arthur...”». «Le chie­da che cosa face­va in Unghe­ria...». «Non sa nem­meno questo... Dopo la morte del­la ma- dre ha vis­su­to in cam­pagna a casa di cer­ti con­ta­di- ni...». «E pri­ma|». «Pri­ma abita­va con la madre in un sob­bor­go di Bu- dapest, e il padre an­da­va a trovar­la una vol­ta la set- timana...». 17

«Al­lo­ra, sig­nor Peeters| No­tizie di suo fratel­lo|». «Sta bene, sig­nor De Greef...». «Ah! Ha avu­to sue no­tizie, dunque|...». «Ne ho avute e non ne ho avute, sig­nor De Greef...». «Lo sa che la notte scor­sa dall’al­tra parte del con$- ne han­no uc­ciso un do­ganiere|...». «Me ne in$schio dei do­ganieri!...». «Ci ve­di­amo stasera, per la soli­ta par­ti­ta!». Quel­lo che so­prat­tut­to dis­ori­en­ta­va Nouchi era il fat­to che in casa si par­lasse al­ter­na­ti­va­mente fran- cese e $am­min­go, il che le ren­de­va an­co­ra più dif- $cile capire il sen­so delle pa­role. Men­tre quel­lo che met­te­va in im­baraz­zo la sig­no­ra Peeters più di og­ni al­tra cosa era che Nouchi fu- masse tut­to il san­to giorno – anzi, una vol­ta era sta- ta lì lì per ac­cen­der­si un sigaro! E poi ag­giunge­va sale e pepe in qual­si­asi pietan­za le si servisse! E al mat­ti­no an­da­va in giro in vestaglia $no alle undi­ci e, per dirla tut­ta, non ave­va al­cun sen­so del pu­do- re: ac­cav­alla­va le gambe sen­za min­ima­mente pre­oc- cu­par­si di quel­lo che si pote­va vedere, e las­ci­ava che la vestaglia si scostasse sco­pren­do la pelle ro- sa­ta del seno. Cer­to, ave­va ac­consen­ti­to ad as­ci­ugare i pi­at­ti, ma lo face­va con ec­ces­si­va dis­in­voltura, $schi­et­tan­do dei mo­tivet­ti sconosciu­ti ed es­iben­dosi in smor$e e piroette: neanche si fos­se trat­ta­to di un gio­co! «È sta­ta abit­ua­ta ad avere dei do­mes­ti­ci, Arthur, si capisce... Hai cam­bi­ato i bigli­et­ti|». «Non tut­ti... L’equiv­alente di ven­tim­ila franchi... Il resto ne vale pres­sap­poco trem­ila...». «Sec­on­do te, per quale ra­gione tuo fratel­lo ce l’ha man­da­ta sen­za una paro­la|». 18

Per­ché rivol­ger­gli quel­la do­man­da, dal mo­men­to che la ra­gione non la sape­vano né lui né nes­sun al- tro| Ce l’ave­vano tut­ti con lui, pro­prio come De Greef! «Wil­hem è sem­pre sta­to un orig­inale, lo sai...». «Pri­ma che par­tisse per il servizio mil­itare lo han- no pure bec­ca­to a fare con­tra­bban­do...». «Questo è meglio non an­dar­lo a rac­con­tare in gi- ro... Ciò non toglie che dopo ne ha fat­ta di stra- da...». «Sen­ti, Arthur... Che sia ric­co sarà an­che vero, con tut­to quel­lo che ci ha manda­to... Ma c’è mo­do e mo­do di es­sere ric­chi, no|... Certe volte mi chiedo se... Ti ri­cor­di di Popin­ga|...». «Che c’en­tra Popin­ga con Wil­hem|». Popin­ga era un banchiere di Furnes. Ave­va una grossa macchi­na amer­icana e una vil­la al­la Panne; an­da­va a Brux­elles e ad Am­ster­dam due volte la set­ti­mana, e pas­sa­va le va­canze nel Sud del­la Fran- cia... Ep­pure un bel giorno l’ave­vano mes­so in ga- lera! «Wil­hem sarà un orig­inale, ma è on­esto...». La sera, quan­do gio­ca­va a carte, fu­ma­va la famosa pi­pa – che però gli crea­va qualche prob­le­ma, per- ché era così lun­ga e in­gom­brante che Arthur Pee- ters dove­va stare un po’ dis­cos­to dal tavo­lo. «A propos­ito, Peeters, se lo ri­cor­da il ca­pan­no di Flip­ke|». «Sì... Per­ché|...». «Così...». Ec­co com’era De Greef: sem­pre a fare in­sin­uazio- 19

ni! Che cosa c’en­tra­va Arthur Peeters con il ca­pan- no di Flip­ke| Quel ca­pan­no, fat­to di as­si, di lamie- ra e di chissà cosa, sta­va lag­giù, nei pold­er, al di là delle casette bianche cir­con­date da gi­ar­di­ni e da campi, a cen­to metri dal canale e a meno di due- cen­to dal con$ne, e nes­suno a Furnes, né del resto in tut­ta la re­gione, avrebbe sa­puto dire or­mai chi l’avesse costru­ito... Così come nes­suno sape­va a chi ap­parte­nesse né da dove venisse il vec­chio che un bel giorno vi si era sis­tem­ato in­sieme a un cer­to nu­mero di galline e di conigli. Lo chia­ma­vano Flip­ke, ma non er­ano af­fat­to si­curi che fos­se quel­lo il suo vero nome. Era già vec­chio quan­do era ar­riva­to, a un’epoca in cui Peeters era gio­vanis­si­mo, ep­pure era mor­to so­lo pochi mesi pri- ma. Una mat­ti­na l’ave­vano trova­to stec­chi­to, in pie- di, ap­pog­gia­to al tavo­lo, con una bar­ba che scende- va $no al­la vi­ta. Che cosa ave­va cer­ca­to di in­sin­uare, par­lan­do di Flip­ke, De Greef, che non dice­va mai niente per ca- so| Non avrebbe ri­com­in­ci­ato con quel­la sto­ria del con­tra­bban­do! Era una $ssazione, la sua, che Pee- ters fos­se in qualche mo­do coin­volto con le quoti- di­ane spedi­zioni di tabac­co... Già, per­ché Flip­ke, per via dell’ubi­cazione del ca- pan­no, ave­va $ni­to per far da pa­lo ai con­tra­bban- dieri. I do­ganieri non ba­da­vano a lui. Ed era Flip- ke che la sera avverti­va gli uo­mi­ni: «Ce ne sono due, con i sac­chi a pe­lo, nel cam­po di barba­bi­etole...». Che di­avo­lo ave­va vo­lu­to in­sin­uare quel ma­lig­no di De Greef| 20

Una so­la vol­ta, una domeni­ca pomerig­gio, Mi­na si era prova­ta una delle cam­icette che le ave­va por­ta- to Nouchi. Ma era trop­po vis­tosa, trop­po scol­la­ta; ol- tre­tut­to, met­te­va così tan­to in risalto la for­ma dei seni che Mi­na sem­bra­va com­ple­ta­mente nu­da. «A propos­ito, sig­nor Peeters...». «Di cosa, sig­nor De Greef|...». «Del ca­pan­no di Flip­ke... Lo sa che c’è den­tro qual- cuno|». Quel­la vol­ta Arthur Peeters ar­rossì. «Tan­to meglio per questo qual­cuno, sig­nor De Greef! Pi­ut­tosto che starsene sot­to la pi­og­gia... Gi­ac- ché, come ave­vo pre­vis­to, pi­overà per due mesi, si- gnor De Greef... Vero è che lei potrà vendere le sue pas­tic­che con­tro il raf­fred­dore...». «E lei i suoi grog...». Avrebbe po­tu­to an­dar­ci. Per al­cu­ni giorni si ripro- mise di far­lo. Ma preferi­va non ar­rischiar­si per quel- le stra­dine fan­gose con le sue scarpe di ver­nice e i pan­taloni dal­la pie­ga im­pec­ca­bile. «Lo sa, sig­nor Peeters, che il suc­ces­sore di Flip­ke fa an­che lui da pa­lo ai con­tra­bbandieri|». «La cosa non mi riguar­da, sig­nor De Greef... Non mi riguar­da nem­meno un po’, se lo met­ta in tes­ta una buona vol­ta...». «È uno che conosce bene la re­gione...». «An­che lei la conosce, no|». Tut­to ciò non sig­ni$ca­va niente, ma Peeters comin- cia­va ad av­erne ab­bas­tan­za del mo­do di fare di De Greef. Se an­da­va avan­ti così... be’, una di quelle se- re sarebbe sta­to persi­no ca­pace di ri$utar­si di gio- 21

care a carte con lui. Nat­ural­mente cor­re­va il ris­chio che an­dassero a gio­care al caf­fè del­la Pos­ta, e che... C’era gente che en­tra­va so­lo per sen­tire Nouchi pro- nun­cia­re qualche paro­la in $am­min­go: ave­va un ac­cen­to così buf­fo, e la sua fac­cia as­sume­va un’e- spres­sione così strana che era come an­dare a teatro. Ed era lei la pri­ma a rid­erne. La sig­no­ra Peeters so- stene­va che a volte il suo al­ito sape­va di ac­qua­vite, ma non er­ano mai rius­ci­ti a coglier­la sul fat­to. «È la $glia di mio fratel­lo Wil­hem,» sp­ie­ga­va Peeters «che ha fat­to il giro del mon­do e at­tual­mente vive in Unghe­ria... Avete vis­to la pi­pa|...». I pae­sani an­da­vano a vedere la pi­pa, il tap­peto da tavo­lo, le cam­icette unghere­si... Fi­nanche le mone- te d’oro, che por­ta­vano im­presse ef$gi sconosciute a Furnes... «Se Wil­hem mi ha manda­to la $glia è per­ché pri- ma o poi ha in­ten­zione di tornare a casa, no|». Quel­lo che pro­prio non sop­por­ta­va era lo sguar­do di De Greef! «A propos­ito del ca­pan­no di Flip­ke...». Un giorno o l’al­tro Peeters si sarebbe arrab­bi­ato sul se­rio. Si trat­tene­va so­lo per­ché era tor­men­ta­to dai dub­bi. E certe volte la sera face­va fat­ica ad ad- dor­men­tar­si, per via del­la sto­ria di quell’al­tro vec- chio che si era sis­tem­ato nel ca­pan­no. Sarebbe sta­to tan­to sem­plice an­dare a vedere! Pri- ma di ad­dor­men­tar­si Peeters giu­ra­va a se stes­so: «Do­mani... Chiederò a Jef di prestar­mi il taxi...». E l’in­do­mani non ci an­da­va! 22

Pas­sarono così due mesi. Al­la pi­og­gia seguirono le gelate, e i bam­bi­ni tirarono fuori dagli ar­ma­di pat- ti­ni e slit­ti­ni. Nel­la zona at­torno al ca­pan­no i pol- der er­ano com­ple­ta­mente ghi­ac­ciati. Nouchi co- min­ci­ava a par­lare $am­min­go, ma non er­ano riu- sc­iti a toglier­le l’abi­tu­dine di fu­mare né quel­la di $schi­ettare men­tre sfac­cen­da­va. «A propos­ito, sig­nor Peeters...». «Eh|». D’in­ver­no De Greef por­ta­va un berret­to di lon­tra che gli con­feri­va un as­pet­to an­co­ra più di­abol­ico. «Ho vis­to la macchi­na del dot­tor Hes­sels che si di- rige­va ver­so il ca­pan­no di Flip­ke...». «E a me che me ne im­por­ta|». «Di­cono che è anda­to a pren­dere il vec­chio per por- tar­lo all’ope­dale». Sen­za vol­ere, Peeters guardò il pap­pa­gal­lo, poi la fo­togra$a sul muro, e per $nire il ban­cone di mo- gano, così bel­lo che quan­do glielo ave­vano conse- gna­to c’era gente che era ar­riva­ta da Os­ten­da per ved­er­lo. «Quel che vole­vo dire...». «Le ho per ca­so chiesto di dir­mi qualche cosa|». Per tre giorni fece tal­mente fred­do che nel­la pi­az- za del mer­ca­to si dovet­tero ac­cen­dere dei bracieri, e le ven­ditri­ci pas­sa­vano il tem­po a bat­ter­si i $an- chi con le brac­cia come mar­ionette. «A propos­ito, sig­nor Peeters...». Non gli rispon­de­va neanche più! «Il vec­chio del ca­pan­no è mor­to...». Di­etro le lenti gli oc­chi­et­ti di De Greef ebbero uno scin­til­lio fe­roce. 23

«Non ave­va doc­umen­ti... Mi chiedo se gli faran­no un fu­nerale re­li­gioso, vis­to che non si sa se era o no cat­toli­co... Me la darebbe una bir­ret­ta|». La bir­ra schiz­zò fuori dal­la pom­pa di met­al­lo chia- ro e il bic­chiere si co­prì di una schi­uma cre­mosa. «È stra­no, sig­nor Peeters...». Nouchi sta­va im­para­ndo a cu­cire sot­to la gui­da di Mi­na. Ma face­va sem­pre pun­ti trop­po lunghi, e non fer­ma­va mai il $lo. «Non so come dirle, sig­nor par­ro­co... In­som­ma, una mes­sa...». «Per chi|». «Per un mor­to... Non ha im­por­tan­za chi è, non le pare|... Una mes­sa da ven­ti franchi... E an­che cin- que messe da cinque franchi...». Arthur Peeters tene­va in mano il portafoglio aper­to. «In to­tale sei messe» cal­colò il par­ro­co. «Ha det­to: per un mor­to...». «Esat­ta­mente!». Peeters pagò e uscì dal­la sacres­tia; le sue scarpe scric­chi­olarono. Sarebbe sta­to così facile, il giorno pri­ma, an­dare al- l’os­pedale... Ma se poi fos­se sta­to vero|... E a che sa- rebbe servi­to|... Chi ci avrebbe guadag­na­to|... Soltan­to De Greef! E non ave­va im­por­tan­za che le messe fos­sero anon­ime: sem­pre messe er­ano! Peeters at­traver­sò la pi­az­za, dove il ven­to scuote­va i teloni che co­pri­vano i banchi del mer­ca­to. Quan- do en­trò nel caf­fè vide Nouchi che con un gesto fur- ti­vo nascon­de­va un bic­chiere sot­to il ban­cone, e su- bito voltò lo sguar­do da un’al­tra parte. 24

Quan­to a De Greef, ne avrebbe par­la­to con Brood- el­ers: non si sape­va neanche in quale lista si sareb- be pre­sen­ta­to alle elezioni mu­nic­ipali quel­lo lì... Pote­vano tran­quil­la­mente gio­care in quat­tro. E sen- za dover subire di con­tin­uo quel suo tono aci­do, sen­za es­sere costret­ti a vedere quegli oc­chi­et­ti che ride­vano come se ci fos­sero cose che lui so­lo sape­va, e nes­sun al­tro fos­se deg­no di conoscere il mo­ti­vo di tan­ta ilar­ità! Ave­va forse qual­cosa più degli al­tri, De Greef| E se dis­prez­za­va a tal pun­to il suo prossi­mo, per­ché mai an­da­va og­ni sera a gio­care a whist con loro| Oltre­tut­to, ave­va un mo­do di guardare Nouchi quan­do lei ac­cav­alla­va le gambe... Pro­prio così, sig­nor De Greef! Si sbaglia di grosso se crede che gli al­tri siano tut­ti più stu­pi­di di lei! © 1941 georges simenon 25

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